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Genere: Classici

Trama:
L'opera di Israel Zangwill ha svolto un ruolo fondamentale per la conoscenza del mondo ebraico. Prima di lui, l'ebreo era solitamente rappresentato nella letteratura come un individuo gretto e furbo, dedito a loschi traffici di denaro e di merci, sulla falsariga dello Shylock del Mercante di Venezia. Nei libri di Zangwill, nato e cresciuto nel ghetto di Londra, i suoi correligionari appaiono invece per quello che sono, "uomini come tutti gli altri, a volte miseri e a volte sublimi, che solo a differenza degli altri uomini formano una nazionalità senza nazione, sottoposti alle condizioni più tragiche che la Storia registri, esposti non solo allo sprezzo e ai dileggi, ma alle persecuzioni e ai massacri". I protagonisti de I sognatori del ghetto dedicano sé stessi alla ricerca di una formula spirituale che li consoli della morte e appaghi la loro curiosità del Mistero, sono dei sognatori che perseguono un sogno che non si è avverato e che i più pensano che non si avvererà mai. Pur nella loro autonomia e nonostante l'azione si svolga in epoche e in luoghi diversi - da Amsterdam a Roma, da Venezia a Londra e Berlino -, le storie che compongono questa raccolta costituiscono una narrazione unitaria e armonica. Gian Dàuli, che le ha tradotte, annota: "Un unico filo corre per i quindici racconti, li tiene uniti attraverso lo spazio e il tempo, mostra quanto poco possono gli eventi e i secoli mutare l'anima dell'uomo, e come i vivi non siano che la continuità dei morti, da formare quasi un'unica anima immortale".

Recensione:
"I sognatori del ghetto" di Israel Zangwill (1864-1926), è una raccolta di profili-medaglioni su personaggi della storia ebraica, fatti magistralmente rivivere in una narrazione intrisa di riflessioni e considerazioni profonde.
Sono biografie semi-storiche e semi-fantasiose di uomini celebri e non, nati nella comunità ebraica, le cui vite, secondo il modo di pensare dell'autore, erano state tragedie perché, essendo essenzialmente ebrei, non potevano prosperare in un'atmosfera non ebraica; questi grandi uomini sarebbero stati più grati e felici se le loro anime ebree avessero avuto l'opportunità di esprimersi liberamente e senza ostacoli in un ambiente ebraico. Il libro consiste in un prologo, un sonetto che descrive un incontro tra Mosè e Gesù, che si rattristano nel sentire i loro insegnamenti, essenzialmente gli stessi, recitati da una parte nella sinagoga e dall'altra nella chiesa, invece che in un'unione armoniosa.
Seguono quindici schizzi, di cui nove sono personaggi o avvenimenti storici, incontriamo tra essi: Spinoza, Solomon Maimon, Moses Mendelssohn, Heinrich Heine, Ferdinand Lasalle, Benjamin Disraeli.
Gli schizzi rimanenti trattano di personaggi immaginari.
Il capitolo iniziale "Un fanciullo del ghetto" colpisce subito il lettore: il bambino è nato nel ghetto veneziano, ancora microcosmo della vita in Israele, saldamente basata sulla tradizione, scandita per tutti dalle regole ancestrali, al quotidiano attraverso i cicli dei mesi. Il fanciullo, che ha sempre vissuto in una dolcissima ortodossia incantata, in una notte scopre San Marco, le cupole, gli ori e da quel momento dovrà conciliare tutto questo con ciò che conosceva della vita e riuscire ugualmente ad avvicinare Dio.
L'incontro dell'ebreo con il mondo fuori del ghetto è rappresentato da Zangwill in modo angoscioso e sarcastico, perché il ghetto, pur nell'angustia del proprio perimetro, è protettivo. E' come se l'autore ammonisse ogni tentativo dell'ebreo di collegare la voragine che separa il suo popolo dai non ebrei, perché ciò comporta inevitabilmente alienazione, suicidio o esecuzione.
Il ghetto è circondato da trabocchetti, l'universo di Zangwill attinge solo alla commozione di ciò che poteva essere e non è stato, e così lui è l'Heine morente, ebreo, cristiano, greco, Eraclito e Democrito fusi insieme, adoratore del dispotismo incarnato da Napoleone, ammiratore del comunismo personificato in Proudhon; latino, tritone, bestia, demone, Dio...
L'ultimo capitolo, che chiude il cerchio riportandoci a Venezia, è particolarmente toccante: un ebreo "emancipato", reduce da molteplici esperienze esistenziali avendo passato anni della sua vita a vagare per il mondo, torna a casa alla stagione della Pasqua ebraica ed è affranto, vinto dalla nostalgia di quella serenità della tavola famigliare che sentiva in giovinezza e che non riesce più a provare. Il tutto intercalato dall'antico canto del Chad Gadya, che potremmo definire la filastrocca del capretto (Branduardi ce l'ha riproposta nella versione profana de"Alla fiera dell'Est"). La canzone evoca il destino del popolo ebraico simboleggiato dal bambino che riceve il capretto. Il bambino, anche se triste per la scomparsa del capretto, resta fino alla fine che è la morte della morte.
Il capitolo si conclude col tuffo suicida dell'uomo fallito nel canale sul cui fondo giunge il canto della strofa finale del Chad Gadya.
E' una lettura piacevole, nonostante la complessità dell'argomento (dal figlio del ghetto all'ebreo o meglio all'israelita dell'era post-emancipatoria, con i suoi dubbi, le intime lotte e molte volte le tragiche conclusioni) e lo stile lessicale primo novecento, che richiede una particolare attenzione.
(Luisa Debenedetti)



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