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La lettera di Gertrud
di Björn Larsson

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    Casa Editrice: Iperborea - 465 pagine
    Disponibile in formato cartaceo e ebook




  • Genere: Narrativa straniera

    Trama:
    E' spargendo al vento le ceneri della madre che Martin Brenner, genetista all'apice di una brillante carriera, marito e padre felice, comincia a interrogarsi sul suo rapporto con lei: perché non prova un vero dolore, perché ha sempre sentito che un velo si frapponeva tra loro? Scoprirà il motivo in una lettera che lei gli ha lasciato: quello che li divideva era un segreto. Sua madre non si chiamava Maria, ma Gertrud, ed era un'ebrea sopravvissuta ai lager. Glielo aveva nascosto per proteggerlo, ma anche per lasciarlo libero di scegliere, da adulto consapevole, la propria identità e la propria vita. Ma qual è la scelta davanti a una rivelazione così scioccante? E cosa vuol dire poi essere ebreo? Con il razionalismo dello scienziato, Martin si getta in ogni genere di letture, ricerche, discussioni con l'amico Simon e il rabbino Golder, per poter decidere: tenere il segreto o accettare la sua ebraicità, sconvolgendo non solo la propria esistenza, ma anche quella della sua famiglia, nonché quel quieto rapporto di "reciproca indifferenza" che ha sempre avuto con Dio? Ed è davvero libero di scegliere o è in realtà costretto ad accettare una definizione che per un genetista, e ateo, non ha alcun significato, e un'appartenenza che non sente? Con la sua capacità rabdomantica di captare i grandi temi del presente, Björn Larsson affronta uno dei grandi equivoci di oggi - l'identità levata a vessillo di divergenza e inconciliabilità e l'appartenenza come bisogno primordiale eretto a muro divisorio - per rivendicare il diritto di ognuno di essere guardato e giudicato per l'unica vera identità che abbiamo: quella di singole persone.

    Recensione:
    "La lettera di Gertrud" è un romanzo di Björn Larsson che, innegabilmente, porta alla riflessione. Che cosa faremmo se un giorno scoprissimo di essere "diversi" da quello che credevamo di essere? E' quello che succede al protagonista, il cinquantenne Martin Brennen, un uomo dalla vita familiare molto ordinata con la moglie medico e una figlia dodicenne profondamente amata. Dopo la sepoltura della madre viene convocato da un avvocato che gli consegna una lettera postuma della madre in cui gli rivela la sua vera identità: non era la tedesca Maria, ma Gertrud, un'ebrea sopravvissuta ad Auschwitz. La madre aveva nascosto il suo passato per proteggere il figlio da nuove manifestazioni di antisemitismo. Ora Martin è in una posizione unica: può scegliere se vuole essere ebreo o meno.
    E' il punto di partenza di questo romanzo dalla prosa fantasiosa e pragmatica, che di primo acchito sembra sia troppo semplice, ma a volte, il sussurro motivato può essere più efficace del gridare se vuole che le persone ascoltino.
    Martin non dice a sua moglie e a sua figlia cosa ha saputo perché, testardamente, pensa che il segreto della sua vera identità sia solo suo, lui è e sarà quello che è sempre stato, convinto che nessuna inaspettata rivelazione possa cambiarlo.
    Il romanzo riflette su come l'identità di una persona influisca su come il mondo esterno la vede e, viceversa, su come la propria identità influenzi il modo in cui si guarda il mondo esterno.
    Il fatto che Martin lavori in un laboratorio di DNA come ricercatore e che sia interessato anche alla forza della relazione tra patrimonio genetico e ambiente, gli fa esaminare la sua nuova identità in modo molto metodico. Questo dà al romanzo un tono fattuale e scientifico che, personalmente gradisco.
    La sequenza degli eventi è generalmente eccitante e molto ben raccontata e il libro, come precedentemente accennato, dà origine a molte domande: quale sia il modo corretto per crescere un figlio? E' giusto negare verità importanti per la propria famiglia e convivere con una menzogna, mentre i giorni passano e non si dice o si vuole negare la verità? E' un inganno decidere di nascondere il proprio background familiare o è solo una scelta che tutti devono poter fare?
    Martin Brenner è un triste eroe romantico, perché è così che Larsson lo dipinge e questo può essere il motivo per cui in alcune parti la prosa diventa dolorosamente sentimentale e i momenti descritti come decisivi sono vuoti e melodrammatici, in questi casi il personaggio di turno risponde a cliché preconfezionati.
    Il tema principale, dunque, è quello del problema dell'identità personale mascherato da romanzo: puoi scegliere chi vuoi essere? Puoi decidere da solo? Devi appartenere ad un gruppo per essere qualcuno?
    Larsson e il suo eroe cercano di difendere l'identità scelta intesa come esercizio di libero arbitrio. Ma dovunque si incontrano ostacoli, aspettative, pregiudizi, forme già scolpite di affinità. E, naturalmente, il problema viene messo in evidenza con la domanda su cosa possa essere un'identità ebraica in un momento in cui l'antisemitismo si rende di nuovo udibile e visibile.
    In quanto genetista, Brenner rifiuta ogni idea di identità come una questione di ereditarietà e anche se i suoi genitori sono ebrei, Brenner insiste ad affermare di non essere ebreo. E' sempre stato un altro e vuole continuare ad essere un altro; allo stesso tempo è infantilmente curioso di sapere chi potrebbe essere, quindi parla con ricercatori e rabbini, anche con persone legate ai nuovi fascisti. E, come viene affermato da lui stesso, nello specchio si vede come "un paio di occhi che lo esaminano con meraviglia". La scelta dell'identità diventa alla fine una scelta emotiva e non razionale.
    Ma è corretto domandarsi se sia una scelta? O entriamo in un dialogo con noi stessi, con l'ambiente, con la società e la cultura e con le condizioni invisibili che ci legano a identità irresistibili?
    Martin soffre di una crisi esistenziale: cosa significa essere un ebreo e cos'è veramente? Si può essere costretti a diventare ebrei a causa dell'affiliazione religiosa segreta di una madre o si può decidere da soli se si è ebrei o meno?
    Martin con la sua esperienza genetica sa, naturalmente, che nel sangue non ci sono "bande" che distinguono gli ebrei, è un'illusione, il DNA unisce grottescamente i sionisti ai nazisti.
    Martin decide che, con tutto il rispetto per gli ebrei e l'ebraismo stesso, non vuole essere ebreo e prende grande distanza dalla pratica della circoncisione dei ragazzi e dalle regole irrazionali su ciò che un ebreo può mangiare.
    Tuttavia, la decisione viene presa solo dopo aver studiato a fondo il problema. Stranamente, non parla nemmeno a sua moglie del suo nuovo problema di identità ma, durante un convegno, il suo disagio viene fuori, e il fatto che sia figlio di ebrei conduce alla fine del suo matrimonio e alla perdita del lavoro, questo perché in un paese europeo non ben identificato, dove un partito criptofascista sta acquisendo sempre più influenza, l'antisemitismo si diffonde inesorabilmente, e né Martin né la sua famiglia vengono ignorati, indipendentemente da quanto Martin affermi di non essere ebreo.
    Nella seconda parte, grazie ad un intrigante escamotage dell'autore, il lettore arriva a chiedersi se stia leggendo un'idea per un romanzo oppure, un romanzo nel romanzo perché il racconto diventa anche la storia su come Björn Larsson sia stato contattato dal suo eroe e come sia arrivato a scrivere la sua storia.
    "La lettera di Gertrud" è principalmente un romanzo di idee, e l'azione intrigante e drammatica è in gran parte un pretesto per il lungo e approfondito ragionamento su ciò che significa il concetto di ebreo.
    L'ebraismo, come il cristianesimo, è una religione e sorgono problemi difficili perché così tanti ebrei si considerano "il popolo ebraico", mentre i cristiani di solito non si percepiscono come appartenenti a un popolo cristiano. Il mito del popolo ebraico si è sbriciolato in modo convincente in uno studio brillante dello storico israeliano Shlomo Sand, profondamente impopolare nei principali ambienti politici della sua terra d'origine. Björn Larsson fa affidamento su di lui, tra gli altri e, insolito in un romanzo, in coda vi è una lista bibliografica delle letture di Martin.
    C'è differenza tra essere musulmani, cristiani, buddisti, sikh, indù o ebrei? Qual è la differenza - oltre alla fede? E perché è così? Le risposte sono ovviamente uniche, diverse per ciascuna. Interpretiamo e pensiamo in modo così diverso ma certamente siamo prima di tutto uguali, siamo prima di tutto persone. Con la stessa aria, gli stessi diritti e obblighi e con le stesse condizioni di base. Nati da madre e padre e fondamentalmente solo della specie "uomo".
    Raccomando la lettura di questo libro: lascia tracce, sfida, risveglia meraviglia, ma crea anche un immenso dolore per l'abilità o la volontà delle persone di agire con odio.
    Una riflessione ricorrente è che nella vita non sempre è possibile prevedere le conseguenze delle proprie azioni e nel calore del momento non si può sempre agire razionalmente. Quella parte primordiale di cervello che viene chiamata "cervello rettiliano" a volte ha la capacità di prendere il sopravvento e indurre a comportamenti finalizzati a garantire la sopravvivenza nel caso in cui ci si trovi ad essere preda o al contrario a trovare gli strumenti e le strategie più efficaci nel caso in cui si sia predatori. Le conseguenze risultano, alla fine, essere spesso estremamente drammatiche.
    (Luisa Debenedetti)

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    L'ultima avventura del pirata Long John Silver



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