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Lo spettacolo della mafia. Storia di un immaginario tra realtà e finzione
di Marcello Ravveduto

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    Casa Editrice: EGA-Edizioni Gruppo Abele - 208 pagine
    Disponibile in formato cartaceo e ebook




  • Genere: Saggi

    Trama:
    A che cosa pensiamo quando parliamo di mafie? Come nascono le rappresentazioni della criminalità? In che modo realtà e racconto delle mafie si intrecciano nel dar forma a un immaginario in continua evoluzione? Le organizzazioni criminali negli ultimi decenni sono state protagoniste di una massiccia esposizione mediatica. Modelli, miti e codici si sono adattati e integrati con la società dei consumi e dei mezzi di comunicazione di massa, sono entrati prepotentemente nel cinema, nel web, nel marketing, sino a conquistare il centro della scena. Un fatto, questo, essenziale per l'analisi e la comprensione del fenomeno mafioso nel suo complesso, poiché stereotipi e rappresentazioni sono per le stesse organizzazioni criminali un potente strumento per affermare la loro esistenza e il loro potere.

    Recensione:
    "Lo spettacolo della mafia - Storia di un immaginario tra realtà e finzione" è un saggio, o meglio, una ricerca di Marcello Ravveduto, voce autorevole nell'ambito dello studio della storia contemporanea.
    Il testo in questione svolge appunto una ricerca dettagliata e circostanziata, corredata anche dai dati numerici, su come i media in generale abbiano gestito la rappresentazione sociale della criminalità organizzata. L'obiettivo è quello di evidenziare quanto vi sia un rapporto d'amore serrato e passionale tra il potere criminale e le rappresentazioni che di esso producono la cultura e l'arte, da decenni unificate nell'industria culturale, della parte legale e "sana" della società, che dovrebbe esserne l'irriducibile avversaria.
    Lo scopo di questo lavoro è individuare il mutamento, a partire dal 1948, del modo di "raccontare" la mafia prima, la 'ndrangheta e la camorra poi. Ravveduto espone, con un'ammirevole ricchezza di esempi, il convincimento che la stampa, la televisione, la cinematografia, i giochi elettronici ed anche la discografia siano, nel loro insieme, strumenti capaci di indirizzare e di far riflettere l'opinione pubblica, e dove è possibile studiare la rappresentazione di ogni fenomeno, anche il più sfuggente e complesso, come questi. La ricerca ha messo in evidenza la trasformazione dei protagonisti dei fatti criminali, dei valori e dei modelli di comportamento con cui si esprimono. Ne emerge un protagonismo ricco di ambivalenze: i nuovi "eroi" mafiosi sono infatti personaggi rappresentati sempre meno stigmatizzati e sempre più affascinanti. Seduttivi per il grande pubblico nel loro essere contemporaneamente efferati banditi e padri e mariti affettuosi. Esempio folgorante dell'ambiguità della società in cui viviamo.
    Prendiamo ad esempio la copertina, sullo sfondo vi è la foto di Al Pacino e in primo piano scarpe eleganti e lustre: è un esplicito richiamo alla saga "Il Padrino" ed è lo specchio magico prodotto dalla parte "sana" della società in cui le personalità criminali bramano vedere riflesse le proprie imprese; ecco lo specchio, il feticismo che il crimine suscita nella nostra industria culturale generando l'immagine del narciso criminale e di quel feroce eros mimetico (di shakespeariana memoria) che fa desiderare a un giovane di consacrarsi all'ignobile gloria del crimine. L'Autore ci mette in guardia dalla pericolosa coincidenza del fascino e della bellezza con contenuti inaccettabili che diventano belli mutando la propria materia con quella bellezza.
    La percezione distorta del reale viene, infatti, enfatizzata dai mezzi di comunicazione, che insistono sui particolari, su quel "feticismo del dettaglio", che accresce la curiosità, tanto che sempre più spesso i casi di cronaca nera diventano sempre più eventi televisivi che utilizzano la morbosa cura dei dettagli angoscianti per alzare l'audience.
    E' a questo altare che Falcone, Borsellino, Impastato, Chinnici e quanti altri hanno immolato le loro esistenze e sacrificato così i loro affetti più cari? Le fiction sono diventate realtà. Anzi, la realtà ha superato ogni finzione scenografica, possiamo scrivere un nuovo copione, ma è necessario imparare a conoscere le nuove modalità di interazione e di comunicazione impiegati dalle criminalità organizzate, così da formare adeguatamente anche le nuove generazioni. Perché la vita non è un film e nemmeno una canzone.
    La lettura, in alcuni punti è un po' impegnativa e quando sono riportati i dati numerici e statistici distrae l'attenzione; personalmente avrei gradito una sezione a parte così come è stato fatto per la filmografia. Ciò non toglie nulla alla validità dell'opera che, a mio modesto avviso, porta il lettore a farsi domande sul come guarire dalla recidiva di un conformismo che lo imbalsama dentro una sfera di voyeurismo criminale, dimenticando che dietro lo spettacolo ci sono omicidi veri, vite spezzate, morti assassinati a sangue freddo, un immenso giacimento di vere tragedie di cui si è perso completamente il senso.
    E questa chiosa ci sta:
    "Minchia signor tenente faceva un caldo che se bruciava
    La provinciale sembrava un forno
    C'era l'asfalto che tremolava e che sbiadiva tutto lo sfondo
    Ed è così tutti sudati che abbiam saputo di quel fattaccio
    Di quei ragazzi morti ammazzati
    Gettati in aria come uno straccio caduti a terra come persone che han fatto a pezzi con l'esplosivo
    Che se non serve per cose buone può diventar così cattivo
    Che dopo quasi non resta niente."
    - Giorgio Faletti, Signor tenente -

    (Luisa Debenedetti)



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