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Genere: Narrativa

Trama:
Che cosa succede se una donna appena pensionata ma ancora in cerca del grande amore decide di trasferirsi in un paesino nel quale improvvisamente si accorge di essere la più giovane, di essere cioè circondata da vecchi? Anzi, da vecchie? C'è chi è sempre di pessimo umore e chi prega; una è in prigione da anni, una fa la spiritosa, un'altra parla alla gatta sovrappeso, e altre ancora - macerate dall'invidia - guardano dall'alto in basso le vicine tracannando litri di caffè e quantità indescrivibili di alcol. I mariti sono morti da anni. Le signore sono molto anziane ma potrebbero vivere ancora uno o due decenni, come pure succede, e allora fanno quel che possono: vanno dal parrucchiere, giocano a Scarabeo, cercano di capire come funzionano i nuovi apparecchi telefonici, commentano gli avvenimenti di cronaca. Stordite dai fantasmagorici colori dei nuovi televisori a schermo piatto, dove sedicenti profeti annunciano "l'imminente fine del mondo", prendono per buono tutto quello che sentono. Inoltre, Maria Gioconda, la scriteriata giovanetta appena giunta in paese, si appresta a sovvertire per sempre la loro vita quotidiana, affiancata da un carosello di personaggi indimenticabili: un prete che non vede l'ora di scappare, un vanaglorioso novantenne in pantaloncini "blu oltremare o blu oltrecielo" che si allena per la maratona di Londra, negozianti che invecchiano insieme alla loro clientela, un cane duro d'orecchi, un becchino depravato a cui piacciono le vecchie signore, e poi mariti defunti che di notte appaiono per rassicurarle, amiche pettegole, nuore cattive, figli depressi e vendicativi.

Recensione:
"Vecchie noiose" di Gaia de Beaumont è un romanzo intelligente, divertente e spiritoso, con un retrogusto amaro, leggermente irriverente, vagamente surreale e, fortunatamente, non oscuro.
Anche se i "surrealisti" sono ormai un po' fuori moda, Gaia de Beaumont regala a chi legge risatine e qualche lacrima.
La foto in copertina è accattivante, poi basta buttare l'occhio sulle prime righe per scoprire di avere di fronte un libro "che si legge da solo". Di quelli da cui non puoi staccarti finché non arrivi alla fine (complici anche i capitoli molto brevi).
E' la narrazione, attenta alle problematiche del mondo contemporaneo che si affaccia sul mondo della vecchiaia, del modo in cui delle insolite e singolari vecchiette vivono e ripensano, con nostalgia, alla loro "meravigliosa menzogna morale, per non dire emotiva, della giovinezza." La vicenda si svolge a Pandora, un'immaginaria città esclusivamente abitata da anziani, affascinati dai nuovi televisori a schermo piatto che profetizzano, attraverso provocanti conduttrici, l'imminente fine del mondo. Le anziane donne delineate dalla scrittrice sono bizzarre e inusuali: hanno i capelli rosa o azzurrognolo, guidano grandi macchine ammaccate, si fingono sorde, si incontrano con il fantasma del marito sotto il melo, bevono fino a stordirsi, cucinano o non cucinano affatto (addirittura una si nutre di biscotti inzuppati nel caffè molte volte al giorno perché è stata tutta la vita ai fornelli), non sopportano o sono sopportate da figli egoisti e calcolatori. E' qui che, per cambiare vita, arriva la "giovane" sessantacinquenne Maria Gioconda, neo pensionata dopo trent'anni allo sportello delle poste, convinta che non ci sia di meglio per evadere (e sognare una nuova giovinezza) di un luogo che, a detta dell'agenzia turistica, promette trecentosessantacinque giorni l'anno di bel tempo, l'ideale anche per la sua artrite. La speranza, come spesso accade, si scontra con la realtà: in paese non ci sono né giovani né uomini: sono morti o indisponibili, come il prete, o inaffidabili come il "galletto" ultranovantenne che si prepara per la maratona di Londra, le altre concittadine sono vecchissime e si destreggiano fra dolori fisici, obesità (eccezionale l'affermazione: "sono la Ginger Rogers delle pancere, il Fred Astaire delle calze contenitive") e alzheimer. Ogni personaggio ha una storia alle spalle, più o meno triste, che a poco a poco viene svelata durante la narrazione.
Questo romanzo scorre con estrema naturalezza, con un andamento cronologico, ma con capitoli che sono ognuno un piccolo quadro che descrive e racconta un personaggio, o il suo ingresso in scena, una situazione, un'emozione. E nonostante sia narrato in terza persona, in qualche modo ogni capitolo è cucito addosso al protagonista di quello spazio.
Protagonisti simpatici, spesso esilaranti, con le loro manie e fissazioni, paure e tic, entrano tutti a far parte di un immaginario inesplorato (o almeno poco esplorato), che rimane in mente ben al di là della fine misteriosa del romanzo che scorre via veloce e, nonostante gli argomenti siano tanti e a volte dolorosi (morti naturali, violente, rapporti tra genitori e figli, vicini, avidità e altri), questi sono trattati sempre con delicatezza e rispetto, appena citati, quasi a non voler ferire il personaggio più di quanto lo sia già. Approfondire avrebbe solo creato qualcosa di pesante e confuso. In tal modo lo stile si mantiene leggero e ammiccante, come dicesse: io vado avanti con la storia, ma tu pensaci.
Gaia de Beaumont, con questo romanzo, dimostra un talento che va oltre l'ironia, il garbo dello stile, e che si situa in una sorta di pietas verso i suoi personaggi: una profondità psicologica che grazie, appunto, al registro divertente, si depura di ogni pesantezza retorica, rivelando una comprensione lucida e brillante dell'animo umano.
L'ironia è una merce rara e cara, in dote soprattutto alle donne, come arma per vivere la vita, il lavoro e ridere e scherzare senza paura su ogni argomento, dal parrucchiere al panettiere, dal ginecologo al giardiniere, chili di ironia ci appartengono e determinano il nostro fascino, guai a perderli.
(Luisa Debenedetti)



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