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Percorsi marginali
di Fabrizio Morlando

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    Casa Editrice: Nolica Edizioni - 69 pagine
    Formati disponibili: cartaceo




  • Genere: Poesia

    Trama:
    Non è una poesia cattiva, è una poesia decisa quella di Morlando e non è senza speranza, è senza ipocrisia. Entra nelle vicende e nei rapporti a gamba tesa è vero, e non si perde in smancerie e risentimenti, ma la luce in fondo - ma anche a fianco e sopra - al tunnel è potente ed è avversaria della "vita a dosi minime".
    (Renzo Casadei)

    Recensione:
    "Percorsi marginali" la silloge di Fabrizio Morlando, è poesia proveniente, parafrasandone il titolo, da uno spazio di resa ai margini, di magnifica resa alle dimensioni non ricattatorie e non invadenti dell'esistenza.
    Fabrizio ci presenta l'amore, le descrizioni di luoghi e delle interiorità umane in dissolvenza colti nell'istante del loro piccolo sfacelo o della piccola grazia entro una scrittura a tratti debordante, tra lirica e prosa poetica dove, nello scetticismo di una vita cui non crede, rende onore nella sospensione di una presenza, quella della morte, sempre sottesa e forse quasi desiderata. Non è facile scioglierne criticamente il dettato, e forse non ne ha bisogno, non è giusto perché lo simula e viene da sé nella non banalità di un dolore a cui, ora vibrante ora radicalmente vinto, si espone nella provocazione e nella dissacrazione delle dinamiche infette del mondo.
    Viene spontaneo parlare del "male di vivere montaliano" ma in questo contesto non dice nulla, ne limita il discorso perché l'angoscia di Morlando, se di angoscia poi si può parlare, è una condizione sua propria nella forma di una persecuzione che lo modella da dentro scavando ed estorcendo sottordini e splendidi quadri di negazione a fronte di un quotidiano che non gli appartiene. Il suo è un cielo buio, di stagione fredda, ma non ossessivo, non pesante, quasi risolutivo e sollevante nel suo sentore premonitorio, di penultima fine, cui solo la natura e un bambino sanno esporsi senza patire, nella pazienza di un respiro che li sa, li crede eterni. Come la notte che, priva della luce, conforta perché non ascolta, non cede al pensiero e cancella il lamento perché non umana, non nostra. Ciò che tocchiamo infatti è un umano disgiungere, strappare, come l'amore in un contrasto di copioni, in quanto tali mai risolutivi, come le "parole che si sgretolano, cadono a terra in polvere".
    Fabrizio non millanta crediti verso questa umanità per una storia suicida, non gli interessa anche perché la poesia non fa tornare bambini, sapendo distendere, nell'assenza e nella deriva del senso, il senso e la forza di una scrittura che non fa sconti e il cui paesaggio è anche nella disappartenenza che non trascende, nella consapevolezza che il solo Dio che esiste è in chi non l'ha e il cui bene, forse, è nella consapevolezza di una solitudine che si combatte con la solitudine, nella ferita non guarita da cui sgorga quel "sangue sporcato dal silenzio".
    Un po' troppo nero? Non saprei dire, forse… ma il disincanto, molto spesso, è tutt'altro che "rose e fiori"; grazie Fabrizio Morlando per farci riflettere su tutto questo.
    (Luisa Debenedetti)

    Citazioni da questo libro:
    Forse è niente una tenebra.
    Un muro di pietra.
    Questo luogo infinito d'esilio
    che si trascina per ogni dimora

    Tutto è in fondo sotto i nostri occhi
    svelato come in un gioco a carte scoperte

    Pago col sangue,
    con la carne avvilita
    insceno l'esistenza
    e tolgo il disturbo.

    Passammo accanto alla vita
    la sfiorammo appena
    la maggior parte del tempo lo trascorremmo
    ad odiare il tipo di mostro in cui ci eravamo trasformati
    e da cui non riuscivamo più a liberarci

    Pescare con le bombe. Poi mettersi lì ad aspettare
    la verità lentamente venire a galla.

    Soli eravamo
    e soli siam giunti fin qua.
    Di noi resta il nome
    scritto su di un pezzo di vuoto.
    Dice: una spina rimasta in gola,
    questo tu sei per me.

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    Caramelle dagli sconosciuti



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