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Genere: Thriller

Trama:
Venezia, XVI secolo. La dura vita di bottegai, prostitute, schiavi ed ebrei del ghetto contrasta con l'abbagliante ricchezza della città lagunare, meta di mercanti provenienti da ogni parte del mondo per fare fortuna. Ma alla prosperità, si sa, si accompagna spesso la corruzione. In un'epoca in cui l'inganno, la malizia e la perversione prosperano al pari dell'arte e della filosofia, i lupi hanno vita facile. Sono individui spregiudicati, che si muovono famelici, fiutando le migliori opportunità per acquisire sempre più potere, coinvolgendo ignare pedine nelle loro oscure trame. Marco Gianetti è un assistente del Tintoretto; Ira Tabat un mercante ebreo; Giorgio Gabal lavora come apprendista di bottega; Giovanni Spoletto è un condannato senza appello. I loro destini stanno per piegarsi al volere di individui molto in vista, come il poeta Pietro Aretino, la cortigiana Tita Boldini e la spia Adamo Baptista. Il ruggito del leone di Venezia sembra essersi placato, ora che i lupi sono a caccia.

Recensione:
La Venezia del XVI secolo che Connor ci racconta nel suo thriller non ha nulla a che vedere con la città dell'amore, romantica, sfarzosa ed artistica, indolente regina della laguna che sottostà ai capricci delle maree.
La Venezia de "I Lupi di Venezia" è una città pericolosa, oscura, che nasconde all'ombra degli ori e degli stucchi turpitudini, ricatti ed orrori. Come una maschera che cela il volto di chi la indossa, la città nasconde i suoi veri padroni, non il doge, non i nobili, ma degli individui dei quali non si sussurra nemmeno il nome: sono i Lupi, e non sono due, ma quattro, non credete a chi vi dice altro.
La trama è ricca, ideata e messa nero su bianco con abilità, pervasa da uno strisciante quanto onnipresente senso di drammatica tragicità. Con la sua scrittura Connor ci trasporta lontano, ci sussurra alle orecchie di spie, tradimenti, di una voglia di riscatto e considerazione che viene presa, usata, mutata in ciò che di negativo può esserci al mondo, in un veleno che si diffonde tra i canali e raggiunge tutti, sporcandoli, ingarbugliandone le esistenze, portando morte e disperazione.
Grande spessore e dinamismo hanno i personaggi che incontriamo nel romanzo. Tiziano con la sua grandezza, Tintoretto con la sua arte e la sua furia nel renderla su tela, Pietro Aretino che diviene non solo letterato e poeta, ma un vero personaggio negativo, ambiguo, scaltro e temibile, affascinante come un cobra e altrettanto letale, insieme al sodale Battista. Accanto a loro ci sono figure che vengono dal popolo del ghetto, come i fratelli Tabat, Ira e Rosella, ai quali tanto accadrà loro malgrado, oppure stranieri come l'olandese Der Witt, speziale, mago, ma soprattutto uomo con un gran senso di colpa con il quale convivere.
Poi c'è lui, il vero protagonista, che all'inizio appare come un attore marginale, ma che via via, anche tramite le sue dirette parole, assurge al ruolo predominante che gli spetta: Marco Gianetti, colui che egoisticamente, avidamente, permette al male di irretirlo, ingabbiarlo, imprigionarlo, trascinando così altri nel baratro.
Si parte dal ritrovamento del cadavere di una vittima di omicidio, per poi scandagliare le bassezze dell'uomo, principalmente la capacità di nuocere, la cattiveria che in queste pagine dilaga, seduce e spaventa, per una narrazione avvincente che non perde ritmo, ma sempre più ne guadagna.
I Lupi spadroneggiano, i Lupi terrorizzano. State attenti e se potete fuggite, perché restare a Venezia può significare morire...
(Tatiana Vanini)

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